05.03.2013 / 16:44

Gli effetti deitemuti tagli automatici alla spesa pubblica sulle prospettive di crescita degli USA

Questa volta niente accordo in extremis
Alla mezzanotte del 1° marzo sono scattati negli Stati
Uniti i tanto temuti tagli automatici alla spesa pubblica.
Il cosiddetto sequester consta in tagli trasversali e
generalizzati per 85 miliardi di dollari per il 2013 che
raggiungeranno i 1.200 miliardi nell’arco del prossimo
decennio. Nonostante i tentativi di accordo in extremis
sulla falsariga di quanto fatto a inizio anno per scongiurare
il fiscal cliff, questa volta c’è stata una fumata nera
al Senato con i repubblicani che non hanno aperto alla
proposta dei democratici di generare maggiori entrate
per il governo aumentando le tasse sui redditi più alti. Il
presidente Barack Obama non ha nascosto la contrarietà
per il mancato accordo accusando i repubblicani
di minare l’economia Usa. I tagli di bilancio automatici,
a detta del presidente, rallenteranno il recupero dell’economia
e costeranno 750mila posti di lavoro.


Ripercussioni su prospettive crescita 2013
Il sequester non mancherà di avere un impatto sulle
prospettive di crescita della prima economia mondiale.
La Federal Reserve e il Congressional Budget Offi -
ce hanno quantifi cato in uno 0,6 per cento l’impatto
negativo sulla crescita nel corso di quest’anno. Anche
il Fondo Monetario Internazionale ha preventivato una
limatura delle prospettive di crescita per il 2013 (e
anche a livello globale per le ripercussioni sui principali
partner commerciali degli Stati Uniti) a causa degli
effetti negativi dei tagli automatici alla spesa pubblica. Il
portavoce del Fmi, William Murray, ha anticipato che il
taglio sarà di almeno 0,5 punti percentuali relativamente
al Pil 2013 (le attuali previsioni del Fmi sono di una crescita
del 2%). La prima economia mondiale è già alle
prese con una debole crescita che nel quarto trimestre
del 2012 ha segnato un risicato +0,1% annualizzato.
Debole congiuntura che lo scorso dicembre aveva
indotto la Federal Reserve a potenziare il piano di allentamento
quantitativo (Qe3) a complessivi 85 miliardi di
dollari su base mensile. La stessa banca centrale nella
prima riunione del nuovo anno si è mostrata titubante su
quanto a lungo portare avanti il Qe3 anche se settimana
scorsa il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha
difeso fermamente il piano di acquisto asset che ha
portato “benefi ci evidenti all’economia statunitense”
senza causare pressioni sui prezzi. L’inflazione si mantiene
infatti sotto controllo nei pressi del target del 2% fi ssato dalla
Banca centrale americana. L’obiettivo principale di governo e
Fed rimane quello di abbassare il tasso di disoccupazione al
6,5% dal 7,9% attuale e pertanto con ogni probabilità l’implementazione
dell’exit strategy ci sarà solo quando si raggiungerà
tale ambizioso obiettivo.


Wall Street all’attacco dei massimi storici
Le difficoltà economiche non si riflettono per il momento
sull’umore degli investitori a Wall Street. L’S&P 500 presenta
un bilancio positivo di oltre il 6% da inizio anno con anche
febbraio chiuso il rialzo (+1,1%) e i massimi storici distanti
solo 3 punti percentuali. La Borsa di New York si avvicina allo
scoccare dei 4 anni dall’avvio del mercato rialzista (+127%
dai minimi del 9 marzo 2009) sostenuta dal buon andamento
dell’ultima stagione delle trimestrali con circa il 75% delle
società dell’S&P 500 che hanno riportato utili oltre le attese.

Fonte RBS